La storia di Sassari in un blog

Se si accostano due elementi come la storia locale e le piattaforme social, il pensiero corre inevitabilmente a Marco Atzeni, conosciuto e apprezzato blogger, appassionato di ricerca storica, autore del blog Storia di Sassari attraverso il quale nell’ultimo periodo ha acquisito molta notorietà sul web grazie soprattutto a un format che mette insieme le potenzialità offerte dalla grande Rete e la narrazione di vicende e personaggi della storia recente di Sassari. Un’idea nata per caso, come racconta, passeggiando per le vie del centro urbano, guardando con occhi diversi edifici, monumenti, testimonianze del passato e rivolgendosi delle domande. I giorni scorsi lo abbiamo incontrato per farci raccontare questo appassionato lavoro di ricerca che, nel tempo libero, affianca al suo lavoro nella Pubblica Amministrazione. Quello che segue è l’adattamento all’edizione cartacea dell’intervista realizzata prima di Pasqua nei nostri studi di via Dei Mille e andata in onda i giorni scorsi su Libertà Tv. Coloro che lo desiderano, sul sito e sulla pagina Facebook di Libertà Settimanale possono trovare la versione integrale.

Marco, come nasce questa passione?
«In maniera molto semplice e casuale, come le cose belle, ogni passo è stato compiuto per caso e cioè il fatto che io abito a Cappuccini, da quarant’anni, e in tutte le fasi della mia vita ho sempre avuto l’ombra delle famose ville Liberty che sorgono nel quartiere, quando le vedevo ne restavo affascinato. Ma da piccolo non ti poni le domande sui proprietari, crescendo, dopo gli studi in economia e commercio, le domande a cui ho voluto dare una risposta sono state diverse, per esempio: chi fossero queste persone che avevano tanta disponibilità. Facendo domande alla gente del quartiere ottenevo risposte parziali anche perché ormai la generazione dei costruttori e degli abitanti originari di Cappuccini, tranne casi rarissimi, non c’è più, quindi le informazioni si stavano perdendo. Poi, seguendo un’altra grande passione, ho cominciato a scattare le prime foto alle ville del quartiere, le ho messe su Facebook e le domande che mi venivano rivolte erano sempre le stesse: di chi è la villa, quando è stata costruita e perché. Allora, nel più classico dei modi, ho cercato di dare delle risposte a quelle domande. Da qui la casualità, perché se è vero che non ho inventato né la storia né la ricerca è vero anche che c’è tanta curiosità di conoscere la storia dei sassaresi del secolo scorso. Da lì il passo è stato breve e dopo le ville del quartiere ho notato che in città esistono almeno quindici, venti luoghi che da sempre catalizzano l’attenzione della gente e su cui si sa poco. Così è nato un progetto per dare risposta a queste quindici, venti domande relative ad altrettanti immobili che tutti, da sempre, abbiamo sotto gli occhi».

Il tuo lavoro di ricerca si svolge soprattutto in archivio, ma quando è possibile contatti anche i diretti interessati, come avviene?
«È una domanda molto bella. Anzi, è il lato della ricerca che mi piace di più, perché spesso capita che dopo la pubblicazione di una storia vengo contattato da un discendente più o meno diretto del personaggio citato. Allora ho pensato di farlo prima, cioè cercare innanzitutto un erede per farmi raccontare episodi e aneddoti relativi all’edificio. Dico sempre che la ricerca è perfetta quando si hanno tre canali da esplorare, la ricerca storica si basa sull’archivio freddo in quanto tale, a Sassari abbiamo quello comunale, l’archivio di Stato, poi gli archivi più specifici come quello della Camera di commercio o archivi settoriali. Questo è un primo canale, il secondo è la famiglia, comunque un contatto diretto, ma mentre gli archivi rendono la realtà fattuale e i dati oggettivi, il parente, se sei fortunato, ti rende la memoria anche fotografica: vedi la persona di cui parli, magari vedi una foto e ti si apre un mondo, soprattutto, il parente ti racconta l’aneddoto».

Tutti sempre ben disposti a dare informazioni?
«Assolutamente sì e poi si instaura un legame forte con quelle persone che ti sono grate per avere parlato di quel parente: nonni, trisnonni. Spesso restano anche sorpresi quando mi presento a chiedere informazioni quasi si meraviglino che a qualcuno possa interessare la storia del nonno o bisnonno. Interessa eccome, si tratta di recuperare la memoria, poi io parlo di avi che hanno costruito palazzi che tutti abbiamo sotto gli occhi da generazioni, edifici che in qualche modo hanno cambiato il volto di Sassari».

Spesso basta la classica domanda per rispolverare storie e vicende che hanno fatto parte della nostra storia recente.
«La cosa molto bella avviene quando questi due canali, quello storico più “freddo” e quello della familiarità dell’erede, si uniscono e uno completa l’altro, perché spesso neanche gli eredi conoscono i dettagli che invece si trovano nei documenti. L’ultimo canale che aiuta sempre, perché rappresenta una terza visione, specie quando si tratta di cronaca, è il quotidiano dell’epoca: quando ci sono questi tre canali la ricerca è perfetta».

Tra le storie che hai raccontato, qual è quella che ha riscosso più successo e ha fatto totalizzare più visualizzazioni?
«Siamo affascinati un po’ tutti dalla famiglia che costruisce la grande villa e allora, magari, vogliamo sapere se le loro vite erano davvero così dorate come la villa faceva sembrare, quindi le ricerche più belle di Sassari, riguardano le ville più note: villa Caria in viale Caprera, più conosciuta come villa Pozzo, villa Mimosa, vicina alla vostra redazione, villa Princivalle di cui ho raccontato la storia di recente. A queste tre, che hanno avuto più successo, si aggiungono altri edifici che non sono proprio ville ma hanno comunque un fascino particolare: la villa sotto il ponte di Rosello, conosciuta come villa Pusino, ma costruita da Tommaso Boarelli, piemontese arrivato a Sassari a metà Ottocento. Tra l’altro, quando è stata costruita, il ponte non c’era, quindi era una delle prime case che vedeva chi arrivava a Sassari dalla Romangia. Ecco, quello, non so bene perché, è uno degli edifici di cui la gente chiede di più, vuole sapere, e di cui mi riservo di approfondire anche perché le mie ricerche raramente sono chiuse, c’è sempre un qualcosa, un dettaglio che stimola l’approfondimento. Un’altro, in pieno centro città, è il villino “Pesce”, quella casa bassa, con l’angolo stondato, che si trova in via Coppino di fronte a Corte Santa Maria, costruita da Bartolomeo Pesce, imprenditore della pasta che aveva lo stabilimento di fronte, proprio dove sorgeva un ex vigneto, in un’area denominata “Fosso Fiorentino” dal nome di Domenico Fiorentino che aveva la casa proprio lì. L’area fu lottizzata agli inizi del Novecento e Pesce la acquistò. La ricerca mi ha fatto penare perché io non cercavo informazioni sotto quel nome».

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